Lo sviluppo sostenibile deve prevedere anche una riforma dell’intero sistema dell’informazione, italiana e mondiale. È un progetto ambizioso, ma è ciò che dobbiamo fare e in fretta, prima che sia troppo tardi.

In questa analisi Stefano Iannaccone ha spiegato il perché del corto circuito mediatico legato alla vicenda della morte di Noa Pothoven. Ora però dobbiamo chiederci perché succedono episodi come questo, e sempre più di frequente? È colpa dei giornalisti, che hanno disimparato a fare il loro mestiere? O c’è qualcosa più a fondo, che travalica le responsabilità dei singoli?

Vediamo come funzionava una redazione prima della rivoluzione tecnologica (smartphone, social network, 4G, crollo verticale dei costi di connessione alla rete per i cittadini). In sintesi, le redazioni dei quotidiani ricevevano informazioni dall’esterno praticamente attraverso un unico canale: le agenzie di stampa. In Italia ce n’erano alcune nazionali e alcune emergenti, locali o di nicchia (qui un elenco attuale non aggiornatissimo). Erano le agenzie la fonte primaria delle informazioni per i media mainstream, sia cartacei che on air o online:  i loro corrispondenti, redattori e inviati, andavano sul posto, davano la o le notizie dopo averle raccolte di prima mano e/o verificate. Oppure, le agenzie ricevevano comunicati da fonti qualificate in partenza (gli uffici stampa, i portavoce, ecc.).

In entrambi i casi a creare le notizie erano persone, ma altre persone avevano il compito e il dovere di verificarle prima di ‘lanciarle’. I media mainstream affiancavano alla produzione ‘propria’ notizie già verificate, che dovevano soltanto essere cucinate. Difficile che un’agenzia ‘creasse ad arte una bufala’: potevano esserci travisazioni o errori, anche grossolani, ma il dolo era residuale (perché nessuno ci guadagnava granché, mica per altro).

Oggi tutto è cambiato: le agenzie hanno ancora un ruolo da ‘grancassa’, ma in realtà è dal web che origina la gran parte del volume di notizie non ‘autoprodotte’ direttamente dai media mainstream. Quasi sempre ciò che entra nelle redazioni e viene rilanciato ha alle spalle una filiera di produzione molto lunga e non è ‘esclusivamente’ frutto di lavoro giornalistico, ma opera di ‘produttori di contenuti’ e propagazione automatica che agiscono non per informare un pubblico, ma per ottenere altri risultati.

Ciò che è successo con la storia di Noa Pothoven, quindi, altro non è stato che il combinato disposto di questi fattori: notizia originale non verificata, catena di distribuzione distratta o deviata, rilancio automatizzato o quasi, approvvigionamento di notizie low cost, mancanza di verifica pre-pubblicazione, leggerezza nella gestione del ‘dopo’, speculazione politica. Ovvero: DISINFORMAZIONE (al netto di altre eventuali azioni dolose che potrebbero essere state compiute durante il processo che l’estensore non ha modo di verificare, ndr.)

Dobbiamo quindi ripensare l’intero sistema informativo e garantirgli uno sviluppo sostenibile perché nessun debunker potrà mai verificare tutte le notizie o gli articoli pubblicati in un sistema mediatico diffuso che cresce esponenzialmente e che è alimentato soltanto da INFORMAZIONI (da non confondersi con l’INFORMAZIONE). Gli Stati Generali dell’Editoria erano una buona occasione per farlo, ma al momento proposte o soluzioni non ne sono arrivate: l’obiettivo infatti sembra non essere creare un fallibile ma volenteroso arbiter veritatis, quanto piuttosto convogliare il sistema in qualcosa di governabile, non sincero. Utile.

Quello che il sistema informativo dovrebbe invece fare sarebbe proporre un ‘patto di fiducia’ con i lettori, un muto accordo bidirezionale stipulato in nome dello sviluppo sostenibile (lo stesso che ci impone la lotta contro il climate change): basta fregnacce. E a questo dovrebbero servire i benedetti soldi pubblici (e anche quelli privati): a fare in modo che chi maneggia l’informazione non debba preoccuparsi eccessivamente della propria sussistenza, ma solo della verità. Con una spada di Damocle sempre appesa sopra la testa: alla terza fregnaccia che pubblichi, a prescindere dai motivi per cui la pubblichi, sei fuori. E se la tua fregnaccia causa danni, paghi tu quello che costa rimetterli a posto.